Da Elisabetta

Da Elisabetta

Maria era ancora più bella. Solenne nella sua pancia. Soave nel suo incedere. Tuttavia era logico. Dovevo affrontare gli sguardi maligni della gente. “Che bella pupa! Chi ti ama, ti pupa. La verginella dai sogni di Dio. Quando la prima pietra?”. Nessuno sa che la verginità non è quella fisica. Quella poca appartiene alla verginità dello spirito. La verginità è un pane del cuore. La verginità è l’amore che non si consuma. La verginità è Dio che crea continuamente. Maria è la vergine di tutti i secoli. Maria è la vergine che crea la maternità. Maria è la vergine di ogni amore. Così io e Maria abbiamo pianto per questo figlio. Abbiamo sofferto e ci siamo messi subito in cammino non solo verso Elisabetta ma verso tutti voi, verso il calvario dei sogni di Dio. Elisabetta fu contenta. La sua pancia era più gravida. E persino il saluto di Maria le fece sussultare nel grembo quel figlio del Giordano, quel figlio che nasceva già con la testa fatta di martirio. Che giorni beati con Elisabetta! Che tempo di Dio l’attesa di ogni figlio. Era il tempo del Messia. Era il tempo della vergine. Era il tempo di ogni nascita santa. E Maria accarezzava la pancia a Elisabetta e io con gioia la sua. E le nostre tenerezze non finivano mai, come le carezze di Dio nel nostro cuore. Mangiammo tante melograni. Io dimenticai per tre mesi sgorbie e martelli. Non sapevo più di sdruccioli e di segatura. Il tempo dell’avvento non è tempo di lutto, di viola o di non gloria. E’ il tempo più soave per innamorarsi di più. E salivo sulle palme più alte per i datteri più dolci, anche se sapevo che il dattero più soave sarebbe ancora nato, me l’avrebbe dato Maria. E salivo sulle palme libere da punteruoli rossi, libere e svettanti al cielo. E sognavo ancora che Egli sarebbe nato come una palma che fiorisce nel deserto. Sognavo le cose più belle per lui ma il vento mi portava rose del deserto. Le dune innalzavano frontiere, senza sapere che Dio, nostro padre, fa germogliare la sua Parola anche da un chicco di polvere del deserto. Quello con Elisabetta fu un tempo di Benedictus e di Magnificat. Tornammo a casa senza la vergogna di avere un figlio. E Maria con garbo mostrava a tutti la grazia di Dio. Gioacchino e Anna furono felici delle nostre nozze. In quel banchetto spezzammo a tutti il pane di Bet Lèhem, portato dai miei cugini per far festa alla stirpe di Jesse.

Paolo Turturro

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