
Quella donna usa l’accetta come una penna.
Cade la neve e cancella
le tracce della mia sicurezza.
Quello di cui ho paura,
è dentro di me.
Mi interroga, mi interpella,
mi ossida l’animo fino in fondo.
Non sai quante volte
mi definisco un difetto.
Quante volte vorrei sentirmi
dire: hai sbagliato.
Lo sbaglio accettato è l’inizio della perfezione.
Contemplo la Striscia di Gaza.
Vogliono ricostruire con i nostri soldi
città, strade e palazzi.
Ricostruiamo i palazzi con il cuore,
altrimenti l’odio resterà
nell’animo dei palazzi
e prima o dopo scoppierà la guerra.
La vita è una scacchiera di morte.
Nessuno è profeta in casa propria.
Io voglio essere il profeta dell’innocenza.
Voglio che la profezia dei piccoli
si realizzi nei palazzi distrutti.
Ecco io contemplo l’arcobaleno
dei piccoli, senza la pioggia
e senza attendere la fine,
non potrai godere
l’apparire del suo splendore.
Ho tanta paura di credere,
di credere al fallimento,
alla paura di arrivare subito alla notte.
Non accetto la poesia;
ed è subito sera.
Paura di abbracciare il povero,
come fratello.
Troppo bene ho fatto, ma senza di te.
Siede in fondo al cuore
chi vuole vivere per sempre.
Il silenzio è il paese più lontano.
Siamo spogli dinanzi al mondo
che va in frantumi.
Avanza la notte odorosa di stanchezza,
sotto il peso di paurose confidenze.
Io alla finestra a dialogare con le tenebre.
Effondi la tua pace, o fratello,
nelle fitte ombre dell’odio.
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Paolo Turturro
