Il lochdown della cattiveria

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Il lochdown della cattiveria

Non cerco un colpevole per addossare le colpe di tutti.

“Io ho scritto la mia vita con le lacrime, esternò il capo campo di un cantiere.

Si chiama Raffaele e abita tuttora sugli strapiombi di Polignano a mare.

“Io che ho dedicato tutta la mia vita al mare e agli altri, mi tocca morire tutto solo, confidò al vento”.

“Non sarà così, assicurò il suo amico carpentiere. Non vorrai mica essere Mosè che sognò la sua morte e persino Dio piegò il cielo e lo baciò? Hai tanto altro ancora da fare”.

“Nelle difficoltà economiche, replicò Raffaele sono stato forte e ho resistito a questa crisi terribile. Ora però temo di non farcela più”.

“La memoria del cammino della vita, confidò l’altro, è pieno di imprevisti. Io credo però che il nostro spirito ci guidi nel discernimento. Chi fa bene, trova bene. Non credo ai proverbi che dissacrano il bene. Dobbiamo avere la forza di isolare il male, un lochdown della cattiveria, confiniamolo nella nullità. Noi siamo fatti l’uno per l’altro. Forse l’albero mangia i suoi frutti? Sono per gli altri. Forse il fiore si bea del suo profumo? E’ per noi tutti!

La natura è un bene per l’umanità.

Il bene è frutto del vero amore.

La tua vita conta molto per noi”.

Raffaele si rasserenò un po’ e come ogni giorno si tuffò dagli scogli di Polignano a mare, gustando l’ebbrezza di un vero consiglio.

Paolo Turturro

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