In tempo di Avvento

img_0037-copyQuassù, sulle rocce a schegge di silicio fioriscono ancora rose e anemoni. Il vento scompiglia i rami degli alberi spogli che si vestono di silenzio. Il maestrale tace nelle fessure dei dirupi. Qui non ulano i lupi. Cade una biscia nera nella grotta della santa. In una grotta può nascere ancora Dio? Si chiude la luce ma il buio non diventa padrone dei miei occhi. Io non sono una rana che desidera un re che sopra di me comandi. Io vedo dentro ciò che Cristo m’illumina. Il mio spirito è un universo, dove fioriscono galassie  di luci. La mia vita non è perduta, non ho depositato la speranza nella cantina della memoria. Dietro di me non c’è un convoglio funebre, dove lapidare freddo e sterile ogni progetto. Io inizio l’Avvento, meditando su Dio che viene. Viene e nasce dentro di me. Non voglio perdere quest’occasione. La Parola del vangelo mi annuncia che l’Eucaristia s’incarna dentro la mia carne. Emigrano i miei voleri su più alto stelo. E’ dovere mio rinascere in ogni aurora. Tanti attendono da me una mano e mi chiedono di affidare tutta la loro vita nelle braccia di Dio. Non ho ore perdute. Non ho braccia per abbracciarvi tutti. Mi manca un altare e non so dove possa rinascere Cristo. Preparo la mensa del pane. Dio verrà. Ha fame di me ed io ho fame di lui. Dio è stanco di questo cuore che non ama. Non date riposo a Dio. Non ho mani, per sollevare tutti i caduti in depressione e in miseria. Mi tuffo dentro la lettera di papa Francesco: Misericordia et misera. Ho bisogno di te, delle tue mani, a soccorrere coloro che tu, nella tua superbia di santità, non vuoi assolvere. Non c’è peccatore pentito che Dio non stringa a Sé. L’amore è stringere. L’amore è calore di Dio. Non c’è peccato che non possa essere assolto dalla croce di Cristo.

 

Ascoltate il mio annuncio! Io sono quel misero ai piedi Cristo, che i sommi sacerdoti hanno gettato dal tempio e ora canto e lodo il Signore. Io sono quella vedova, a gettare due spiccioli di lacrime nel cuore di Dio e ora fiumi di grazie scendono non soltanto dagli occhi. Io sono quel cieco che nessuno mai ha gettato nella piscina del sacramento della misericordia e ora vedo persino il cielo. San Francesco mi ha insegnato:“Carnis ab exilio duc nos ad regna polorum”. In sono quel paralitico che avete fatto scendere dal tetto scoperchiato del mio orgoglio e ora cammino con la grazia di un Bimbo che è nato. Io sono lo sposo che ha esaurito il vino nuovo di Cristo e ora il mio calice trabocca di grazie. Ho sprecato tanto sangue di Cristo. Ho spezzato tanto pane della mensa eucaristica. Che volte da uno esaurito di Dio! Io sono quel Lazzaro, Dio che vuole, a medicare le briciole del vostro amore. Io sono quel Giovanni che mille e mille volte ha posato il capo sul petto di Cristo e solo ora mi accorgo di essere amato pazzamente da Lui. Io sono quella samaritana che vuole adorare Dio in spirito e verità e ora siete voi, Piccoli della pace, ad adorare con me. Io sono quel calendario dei santi, dove mai sarà iscritto il mio nome e ora il mio amico p. Pino Puglisi è beato. Ogni battezzato è scritto nell’apocalisse del cielo. Io sono quel Savonarola a gridare la povertà per la chiesa e per ogni cristiano e ora il Granaio di Giuseppe, al Borgo Vecchio,  e lo Spiedo della Solidarietà di Castegnato (BS), distribuiscono pane e cultura a poveri e a viandanti. Io sono quel Galileo Galilei che vede muovere la fede attorno e dentro l’umanità. Io sono quel centurione che, sotto la croce, ha professato per primo Cristo – figlio di Dio. Io sono quel discepolo che nella notte del Giovedì santo a Emmaus è fuggito lontano dalla fede e ora sono ritornato a spezzare il pane a tante persone belle che cercano il silenzio nell’eremo della pace.

Paolo Turturro.

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