Mi chiamo Giovanni




Mi chiamo Giovanni
e mia moglie è malata da dieci anni. Entrate. Siamo felici di accogliervi. So che non avete trovato posto. Solo una stalla vi ha ospitato per la nascita di vostro figlio. Entrate. Sarete stanchi per il lungo e faticoso viaggio. Entrate. La nostra casa è povera ma calda di calore. Vi presento Teresa, mia moglie. Marco e Benedetto sono i nostri figli. La nostra vita è un’offerta al Signore. La malattia di mia moglie non ci ha scoraggiati, né avviliti. E’ dura la nostra giornata, tra lavoro e malattie. La notte del dolore non passa mai. Stenta sempre l’aurora della guarigione. Tuttavia nella nostra casa c’è tanta serenità, perché il nostro spirito non è malato di disperazione. La vera guarigione è quella del cuore. Il nostro cuore non è malato. E noi ci amiamo tanto da superare ogni sofferenza. Le nostre mani si accaldano a quelle dei nostri figli sostenendoci a vicenda. La nostra casa non è mai vuota. Tanti nostri amici vengono qui a pregare con noi. A volte quella tavola sembra un altare di preghiere e una mensa di lode. Sull’altare della nostra famiglia consacriamo la vita. Siamo uniti nella sofferenza a donare solidarietà a tanti poveri che vengono, qui, a casa nostra a chiedere aiuto. Il nostro aiuto sono le nostre stesse lacrime che calde scendono sulle piaghe dei nostri poveri. Le nostre offerte sono le nostre mani che abbondanti di doni sollevano l’indigenza dei disperati. La nostra casa è un presepe vivente. La nostra casa è una piccola chiesa dove si consacra il pane di Dio
Paolo Turturro
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