
Prima di morire,
Dio mi ha aperto gli occhi,
ora lo vedo e lo riconosco.
Il deserto è entrato dentro di me.
Abbi paura di perdermi,
in questo caos di massacri
e di malattie.
Non cerco il dio dei francesi,
scettico, liberale e libertino.
Se esisti davvero,
fammelo sapere,
offri per me canti, salmi,
ma non morire,
vi prego, come anch’io
sono morto per voi.
Il mistero è svanito
nelle futili domande
che l’uomo arde
connettere su di te.
Come posso imprigionare
la luce, per vederti?
Come posso imprigionare
il profumo di un giglio
che può spiegare
il tuo ardore?
Credere è franare nel mistero,
fraintendere la logica,
lasciarsi accecare dallo stupore.
Sto al passo degli ultimi,
fin dall’inizio,
sarò l’ultimo ad arrivare,
a conoscerti davvero.
Sono in debito verso di te.
In debito nel donarmi la luce,
in debito nell’amarti
senza sapere,
in debito della grazia
che hai soprabbondato in me,
in debito per le meraviglie
della natura,
in debito nel soccorrermi
umiliato e calpestato,
in debito nel cammino
pestato dalla giustizia.
Io sono quella la croce
che ti sostiene,
io sono quella croce
beata nell’abbracciarti
nell’angoscia della morte.
Solo tu, legno,
ti sei stretto, beato,
alla sua agonia.
Nel silenzio ardo di preghiere,
di benedizioni e di osanna.
Il cuore è inquieto
fino a quando non scopre
la propria identità.
Mi inchioderò al rifiuto
pur di amarti
fino al collasso.
Non posso non amarti,
fino a crocifiggermi in te.
Paolo Turturro
