
La poesia è la mia fede,
il mio corpo riprende vita
a meditare l’infinito.
Io sogno e zappo violento
il terreno per non sopportare
altri cieli.
Capisco che ogni desiderio
chiede di essere svuotato.
Dietro ogni desiderio
c’è un sogno da realizzare.
Ora sono il silenzio
obbediente alle tue labbra.
Il deserto è finalmente
il mio cuore, che si svuota
dei futile steli dei rovi.
Il mio compito è portare
il silenzio nel frastuono
dell’odio e delle guerre.
Sono sempre più cieco
per contemplare la luce
dell’infinito,
Cieco a contemplare
l’immenso,
anche se preferisco
scavare il deserto
per permettere alle palme
di fiorire.
Bisogna diventare ciechi,
per scovare le meraviglie
del cielo.
Le mani dell’eterno vedono
l’invisibile.
La tua città è una gabbia,
con piante fiorite al balcone.
Nulla vedi della natura,
nulla sai dei monti innevati,
nulla conosci delle sorgenti
che irrigano immensi
campi di viole.
Sei chiuso nella nullità
del sapere morto e ostile.
Sono morte le tue città,
sono cimiteri dei viventi.
Paolo Turturro
