In fondo alla chiesa

Quello laggiù, appena appena, sa farsi il segno della croce, ma non conosce affatto chi è dentro quel patibolo. Io so invece chi è morto per me, per questo porto sul petto una croce d’oro e di diamanti, pesante quanto il supplizio di Cristo. Io sono felice di consumare i sacramenti, mi ungo di oli sacri e di unzioni che mi allontanano sciagure e malattie. Quello, in fondo al buio della chiesa, si batteva il petto senza lacrime e senza parole. Non si sentiva degno neanche di pregare il Signore della vita. Nel suo cuore scorrevano solo lacrime, che offriva al Signore, per ringraziarlo dell’accoglienza, del perdono e della vita. In fondo all’anima sentiva di essere amato da Cristo, anche se per tanto tempo era rimasto fuori da ogni credo. Sentiva di essere accolto, anche se lì, avvertiva di essere giudicato e condannato. “Cristo, diceva a se stesso, non giudica, non pulisce e non condanna. Ama soltanto, perché Gli fa bene amare, e io, nel suo amore, mi sento consolato”. Quel peccatore, in fondo alla chiesa, non osava neppure alzare gli occhi. Troppa vergogna provava per la sua situazione e nessuno poi gli rivolgeva la parola. Troppo indegno per amare il Signore del perdono. Troppo indegno, ma nel suo cuore sentì una fitta di amore e capì la scelta di Cristo. “Io vi dico, questi, a differenza dell’altro, tornò a casa giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato”. Non vi dico, quindi, quanta gioia sprigionò il suo cuore, come uno che scende gioioso dal tribunale, perché innocente. Amici, chi è il vero pubblicano? E’ colui che non ama e condanna sempre. Io non offro al Signore giorni brutti. Perché farlo? Perché offrire sacrifici? Io faccio sacro ogni cosa con la gioia della vita. Io dono al Signore l’allegria, la gioia del vivere quotidiano, il grazie della vita, la gioia di abbracciarlo e di rimanere a Lui per sempre unito. E’ finito il giorno e il tramonto mi chiama al vespro del cuore.

Paolo Turturro

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