Effatà – Apriti

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Non posso non collaborare con il giorno. Tutti noi viviamo di luce. A volte non siamo ciò che pensiamo di essere. La società del denaro ha suicidato i sentimenti. Mi ribello, sono l’arrogante del pensare. Io mi espongo sempre all’inverosimile. Le calunnie sparano dal di dentro. Esse sono il delirio dei pazzi, si fulminano da se stesse. Viene fuori la verità messa a tacere troppo a lungo. Mi ribello ai marciapiedi dei bianchi. Da ragazzo mordevo le mie labbra, nel vedere come venivano maltrattate le persone senza titoli di studi. Nessuno ci ha insegnato a perdonarci dentro spiritualmente. Per i preti solo il sacramento della confessione ha presa di coscienza. Vorrei il dono della conoscenza, per navigare dentro gli abissi dell’infinito. Abbiamo insegnato precetti che sono degli uomini. Non appartengono a Dio le leggi dello Stato. Neppure i sacramenti vissuti come riti a pagamento. Come è lontana la meta dell’irreprensibilità. Le ferite dello spirito sono delle fessure che ci aprono la conoscenza di Dio. Quanta ipocrisia sulle labbra di certi cristiani, che si battono il petto, per essere più ammirati.! Nessuno conosce ciò che palpita il cuore. Che strano il cuore, permette che entri dentro di noi il bene e il male! Da ragazzo mi schieravo con i più deboli e preferivo il mio amico Ettore. Da seminarista amavo la poesia e il mio professore di latino e greco voleva che entrassi nel suo gruppo letterario, per stampare i miei versi, ma io amavo Kant, Spinoza e i filosofi e mi schierai con il professore di filosofia. Fu un duro colpo per il professore di lettere, tanto da rinfacciarmelo in una conferenza, invitato da lui stesso, divenuto vescovo.

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